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(recensione): The Good, the Bad & the Queen – Merrie Land (Studio 13, 2018)

The Good, the Bad & The Queen - Merrie Land

“And especially, from every shore’s end of England– the holy blissful mount I fought to seek. That them had helpened when that they were weak…”: sono le parole di un verso dei Canterbury Tales di Geoffrey Chaucer a introdurci nel cuore di Merrie Land, secondo lavoro del supergruppo composto da Damon Albarn (Blur e Gorillaz), Paul Simonon (già bassista dei Clash) , Simon Tong (chitarrista dei Verve) e Tony Allen (batterista degli Africa 70, amatissimo da Brian Eno). Pubblicato con l’etichetta Studio 13, l’album si avvale della prestigiosa produzione di Tony Visconti. Undici tracce, per la durata di circa una quarantina di minuti: il tema centrale, come facilmente si puo’ intuire dal titolo, assai evocativo, è la Brexit (evento paventato da molti musicisti d’oltremanica e divenuto proprio in questi giorni una realtà con cui fare effettivamente i conti) e il ruolo giocato dal Regno Unito in seno al tormentato continente europeo.

I rischi connessi a una operazione di questo tipo erano altissimi: primo fra tutti quello di risultare retorici. Ma Albarn è un musicista di grande talento e di grande talento sono anche i musicisti che lo accompagnano in questo progetto. E Merrie Land è, infine, un disco bello e riuscito.

E’ proprio la title track Merrie Land il secondo brano in scaletta. Brano dal testo complesso e quasi onirico è ricchissimo di immagini che si susseguono una dietro l’altra come se fosse stato scritto con la tecnica del flusso di coscienza. Scene cupe e angoscianti, ci trasportano nel cuore della profonda provincia inglese, fatta di paesaggi abbandonati e a tratti spettrali che ben si sposano con la crudezza dei giorni che stiamo vivendo. Ed è proprio questo il fil rouge che tiene assieme le undici canzoni del disco e che ci fa viaggiare da Blackpole a Banbury, fino ad arrivare nel Dorset e nel Galles, in una sorta di insolito pellegrinaggio lontano dalla Londra più cosmopolita.

“All lost in a painting of a sky coloured oil /In this Merrie Land” canta Albarn, sullo sfondo di un tessuto sonoro non meno intricato, nel quale gli archi dialogano con la chitarra e il pianoforte.

Musicalmente l’album evoca qua e là le classiche sonorità del rock tragato UK, rivisitate, rielaborate ed eseguite in modo magistrale e con un arrangiamento impeccabile. E cosi’ eccoci passare da un brano come la terza traccia, ovvero Gun to the Head, dalle cadenze britpop che paiono rubate al repertorio dei Blur e sono rese qui particolarmente suggestive da un’insolita introduzione dal sapore quasi medievale, a un pezzo particolarmente evocativo come Lady Boston, uno degli episodi migliori del disco, oltre ad essere uno dei testi più belli mai scritti da Albarn. La traccia sfuma su un magnifico coro gallese: “Dwi wrth dy gefn, dwi th dy gefen di” che possiamo tradurre con “siamo tutto assieme in questo disasatro”.

Altri episodi da segnalare: la teatrale The Last Man to Leave, a metà strada fra traccia musicale e pièce recitata; o The Great Fire, brano che riproduce con vivide pennellate l’affresco desolante di una serata trascorsa in una tipica cittadina della costa britannica. The rust on our palms/ Greenbelt, pleasant land/ Fills the smoky room
With the headlamp fairy lights/ Suit clad purple tinsel /Karaoke knave Tuesday night
At Tiffanys /Six cocktails nursed /A million ways back to the sea, recita il brano, in chiusura.

Nel complesso un album che merita una nota più che positiva.
7,7/10

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For every evil under the sun, there is a remedy, or there is none, If there be one, try and find it, If there be none, never mind it.

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