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(recensione): Neneh Cherry – Broken Politics (Smalltown Supersound, 2018)

Neneh Cherry - Broken Politics

E’ sempre feconda la collaborazione fra due musicisti sensibili e talentuosi. Non è quindi sorprendente che la liaison professionale fra Neneh Cherry e Four Tet, al secolo Kieran Hebden, produttore e personaggio chiave della scena elettronica internazionale, arrivata al suo secondo capitolo, continui oggi a dare i suoi frutti. Risale infatti al 2014 la pubblicazione di Blank Project, primo album di Neneh prodotto da Kieran. Esce in questi giorni, invece, Broken Politics, quinto album in studio della musicista svedese. Stella dell’hip hop e della dance music, con alle spalle una carriera trentennale, è proprio con Blank Project che Neneh è tornata alla ribata, dopo una lunga pausa di riflessione, durante la quale si è dedicata ad altri progetti, non solo musicali.

Disco minimalista e allo stesso tempo ricco di sfumature, Broken Politics è una conferma, da un lato, del talento della Cherry, capace di mescolare sonorità hip hop, soul, dance, pop e jazz, fino a creare universi variegati e complessi, dall’altro, del potere quasi magico del produttore inglese, in grado di tessere intricate trame musicali di straordinaria bellezza.

Dodici titoli, 46 minuti: Broken Politics si apre sulle note di Fallen Leaves, brano scarno e sincopato, dalle spiccate venature elettroniche.

Kong, seconda traccia del disco è anche il primo singolo estratto dall’album ed è uno degli episodi eccellenti di questo, nel complesso, riuscitissimo lavoro.

Un ritmo ipnotico dalle venature trip hop segna il tempo di una melodia intensa e dalle molteplici variazioni, sulla quale si inserisce, magnifica, la voce di Neneh a raccontarci di speranze deluse da politiche fallimentari: Love forsaken, risk worth taking /Spearmint flavours, all my pallet shutters / I’m a member of shattered allusions / And am I needless to say? / Another song, this is nothing new, udiamo proprio all’inizio del brano.

Atmsfere jazzate sono presenti, in modo più o meno accentuato, in pressochè tutte le tracce che compongono l’album, ma in modo particolare nei due pezzi centrali, in un certo senso cuore pulsante del disco, ovvero Deep Vein Thrombosis e Faster Than The Truth. Cadenze ipnotiche per la prima traccia e il ritmo di una marcia militare per la seconda: entrambe le canzoni hanno una struttura ridotta all’essenziale tale da consentire alla voce, dalla immutata bellezza di Neneh, di emergere con decisione.

Magnifica ballata al pianoforte, sublimata dalle note eteree dello xylofono, Synchronised Devotion è anche una sorta di autoritratto: it’s my politics living in the slow jam/ Everything low, rain slow / Play for supreme /Delightful, painful
Play with me synchronized / I’m a Pisces hanging from the vine /Live it out a day at a time afferma Neneh senza timore.

Altri episodi eccellenti dell’album, Natural Skin Deep, brano che mescola cadenze dance a nuance elettroniche intrecciandole a venature jazz in una continua alternanza di ritmo. E infine la bella Slow Release, brano nel quale la firma di Hebden risulta particolarmente evidente cosi’ come la sua predilezione per le sfumature orientaleggianti.

In attesa di assistere al live parigino di inizio 2018 (dopo una data sold out e blindatissima in settembre al Café de la Danse) non possiamo che confermare che la notazione finale dell’album è decisamente positiva.
7,7/10

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For every evil under the sun, there is a remedy, or there is none, If there be one, try and find it, If there be none, never mind it.

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