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(live report): Pitchfork Festival Paris (Grande Halle de la Villette, 1-3 novembre 2018)

Appuntamento immancabile e divenuto ormai tradizione consolidata dell’autunno parigino, il festival organizzato da Pitchfork nella capitale francese, giunto quest’anno alla ottava edizione, ha il grande pregio di proporre musica di qualità tanto per i palati più raffinati quanto per un pubblico più largo.

L’edizione targata 2018 non fa eccezione. Nel corso di tre giorni, dal 1 al 3 novembre abbiamo visto scorrere un numero considerevole di nomi noti e meno noti del panorama indie, fra musica elettronica, indie pop, musica sperimentale e d’avanguardia, senza dimenticare le eccellenze francesi.

Come consuetudine eravamo presenti: questo il nostro racconto.

Day 1 – 1 novembre 

Primo giorno di festival, ricchissimo il programma. Arrivata verso le 20, il primo set al quale  ho avuto modo di assistere è stato quello dell’americano John Maus, che ha, sin da subito, elettrizzato la sala con una performance particolarmente teatrale. Evidenti e riconoscibili le innumerevoli allusioni a Ian Curtis e Kurt Cobain, ma lungi da essere una mera riproduzione di quanto già visto, il suo rock cupo, ricchissimo di venature gotiche risulta intrigante, cosi’ come intriganti sono le tracce presenti in scaletta. Citiamo in particolare la scatenata Quantum Leap,  And Heaven Turned to Her Weeping in purissimo stile Joy Division, e, a chiudere il set, Pets.

Terminata l’esibizione di Maus, è Etienne Daho, stella del firmamento francese a raccogliere il testimone. Quindici i titoli in programma, tratti dal ricco repertorio del cantautore residente a Montmarte, che puo’ contare su una carriera più che trentennale. E cosi’ eccoci passare con nonchalance da titoli targati anni 80 come Poppy Gene Tierney e Le Grand Sommeil, tratti da La Notte, La Notte, album pubblicato nel 1984, lavoro dalle nuance decisamente pop – new wave, a pezzi più recenti come Le Jardin, Chambre 29 et Les Filles du Canyon, tratti dall’ultimo disco Blitz del 2017.  C’è spazio anche per Arnold Layne, brano dei Pink Floyd, cover da sempre presente nelle setlist di Daho. Un’esibizione di qualità, apprezzatissima dai presenti.

Nel frattempo, grande il fermento sul secondo palco, la Scène Green, che attendeva le esibizioni clou della giornata. Sono circa le 22.15 quando, accolti da un’ovazione, fanno il loro ingresso in scena i Voidz di Julian Casablancas. Il gruppo, capitanato dal lead singer degli Strokes, era particolarmente atteso a Parigi, anche in ragione delle pochissime date previste in Europa. Avevamo decisamente apprezzato il loro album Virtue, pubblicato questa primavera e grande era la curiosità di poterlo ascoltare in versione live. Come di consueto Julian non delude e il breve ma intensissimo set offertoci dalla band è eccellente. 10 brani, scelti fra Tyranny e Virtue, per una sequenza di straordinaria energia, fra chitarre distorte, batterie scatenate e un frontman in forma smagliante.

Julian Casablancas - The Voidz - 2018
Julian Casablancas – The Voidz – 2018

E cosi, per la più grande gioia degli astanti,  udiamo scorrere le note di M.utually A.ssured D.estruction, da Tyranny, e le nuovissime Leave It In My Dreams a cui segue la bellissima ALieNNatioN, pezzo forte del più recente disco.

Julian non lesina battute e dialoga con il pubblico, certamente conquistato dal fascino del rocker newyorkese, e l’esibizione continua fra brani vecchi e nuovi. Dare I Care, Black Hole, One of the Ones e in chiusura di set, Pyramid of Bones. Unico rammarico, l’assenza di Human Sadness, probabilmente ritenuta troppo lunga nel contesto di un festival.

Dopo i Voidz è il turno di Mac DeMarco:  la sua esibizione inizia verso le 23.30: la Grand Halle de la Villette è pienissima e tra il pubblico intravediamo anche Beardo, dei Voidz. Il simpatico polistrumentista canadese è noto oltre che per il suo talento anche per la grande simpatia: le sue esibizioni riservano sempre qualche sorpresa e i colpi di scena non mancano nemmeno in questa circostanza, con un giovanissimo fan invitato sul palco.  Il rock psichedelico di DeMarco conquista i presenti, fra pezzi classici e altri brani più recenti del suo repertorio: This Old Dog,  titletrack dell’ultimo album, è ovviamente attesissima. Ma non possiamo non citare la struggente One More Love Song, con le sue venature jazzate e sottolineata dal suono del pianoforte. In grande forma anche i membri della band, fra cui uno scatenato Andrew White alla chitarra, presente anche come voce sulle ultime tracce fra le quali Hollywood Babylon, Where Eagles Dare e Hybrid Moments, cover di pezzi notissimi della punk band The Misfits.

Per chiudere splendidamente questa ricca giornata, segnaliamo la presenza di Yves Tumor all’after party previsto al Trabendo, a notte inoltrata come ben si addice al talentuso e spettrale artista americano. Live al quale tuttavia non abbiamo sfortunatamente avuto la possibilità di assistere.

Day 2 – 2 novembre 

Per il secondo giorno, il programma non è meno ricco. Arriviamo verso le 19 e prendiamo immediatamente posto nei pressi della Scène Green.  Primo live a cui assistiamo è quello dei Car Seat Headrest, band americana guidata dal polistrumentista Will Toledo.

Car Seat Headrest - 2018
Car Seat Headrest – 2018

E’ un rock fresco con venature pop, ma al tempo stesso elaborato e ricco in arrangiamenti quello che ci offrono gli americani, che possono contare su testi raffinati e al tempo stesso dal grande potere narrativo. La loro esibizione è apprezzatissima dal pubblico, che intona una dopo l’altra le tracce proposte, fra cui una bellissima Drunk Drivers/Killer Whales, brano tratto dall’album Teens of Denial, Beach Life-In-Death, dall’ultimo lavoro Twin Fantasy, pubblicato quest’anno.

Cambio di scena ed ecco che sulla Scène Pink fa capolino il duo electro canadese, Chromeo che ci regala un set esplosivo fra hip hop, funk, rock et nuances elettroniche.

Chromeo - 2018
Chromeo – 2018

I due pezzi forti della serata sono tuttavia gli scozzesi Chvrches e il britannico Blood Orange, attesissimi anche per via dei loro ultimi lavori, di freschissima pubblicazione.

I primi, con il loro elettropop dalle venature synth, possono contare su una Lauren Mayberry in forma smagliante e ci offrono un’esibizione  fra presente e passato: ci sono brani tratti dal recente Love Is Dead (che con cinque titoli fa la parte del leone), fra cui la bella Graffiti. Ma non mancano pezzi storici come Leave a Trace da Every Open Eye del 2015 o The Mother We Share da The Bones Of What You Believe. Chiude il set Never Say Die.

Infine è il momento di Blood Orange che suggella una giornata ricchissima con un’esibizione straordinaria durante la quale abbiamo la fortuna di ascoltare buona parte delle tracce contenute in Negro Swan.  E’ proprio Saint ad aprire le danze e siamo subito trasportati nell’universo variegato del musicista britannico fra rap, hip hop, jazz e r’n’b.

E cosi’ ecco alternarsi brani vecchi, nuovi e cover, il tutto illuminato dalla bellissima voce di Devonté Hynes: non posso mancare di segnalarvi la magnifica reprise di Nobody’s Fault but Mine, brano della stella del gospel Blind Willie Johnson, a conferma dell’eclettismo del musicista inglese. Bellissima ovviamente Hope, e in chiusura uno dei momenti migliori dei tre giorni di festival, ovvero Smoke, sempre da Negro Swan.

Day 3 – 3 novembre

Il terzo e ultimo giorno del festival è riservato come di consuetidine ai dj set che si susseguono fino alle prime luci dell’alba. Non mancano tuttavia gli ultimi pezzi da novanta grazie alle esibizioni di Snail Mail e Bon Iver. 

Snail Mail - 2018
Snail Mail – 2018

Giovanissima cantautrice americana, Snail Mail, al secolo Lindsay Jordan, ha pubblicato quest’anno Lush disco apprezzatissimo da critica e pubblico. E Lush è chiaramente il cavallo di battaglia del set proposto a Parigi. Particolarmente apprezzate Full Control, Let’s Find an Out e in chiusura di set Anytime.

Infine, ultimo artista in programma, almeno per Coeurs & Choeurs, uno straordinario Bon Iver che si conferma essere uno dei grandi protagonisti della scena musicale contemporanea.

Bon Iver - 2018
Bon Iver – 2018

Diciotto brani in scaletta scelti con cura dal ricchissimo repertorio. Ci sono i bellissimi e folgoranti brani tratti da 22, A Million,  ma non mancano pezzi da For Emma, album rappresentato da Creature Fear, o da Bon Iver, Bon Iver, presente con versioni di Perth e Minnesota da togliere il fiato. Meravigliosa, Heavenly Father in una versione mozzafiato che ha squarciato la notte parigina riempiendola di emozione.

Infine non posso esimermi dal citare 8 circles e 33 God, e in chiusura 22 per un’ennesima esibizione perfetta dell’americano di Eau Claire, al secolo Justin Vernon.

Pitchfork Paris si conferma il festival più interessante dell’autunno europeo.

 

 

Coeurs & Choeurs - de l'actualité indierock - Mariangela Macocco Mostra tutti

For every evil under the sun, there is a remedy, or there is none, If there be one, try and find it, If there be none, never mind it.

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