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(recensione): Forever Neverland -MØ (RCA Victor, 2018)

MØ - Forever Neverland

La danese Karen Marie Ørsted, in arte MØ, non è certamente una musicista che si possa incasellare con facilità in un unico genere musicale. Dopo un esordio avvenuto quando era poco più che un’adolescente sulla scena punk, si fa conoscere al grande pubblico nel 2014 con l’abum dal titolo premonitore No Mythologies To Follow. Un disco che esplorava e declinava, rovesciandoli, molti degli stereotipi legati alla musica pop.

Eclettica e attenta a molteplici tradizioni musicali, prosegue con coraggio questa strada con Forever Neverland, disco di fresca pubblicazione. Un lavoro maturo e allo stesso tempo accattivante, nel quale la voce calda e sensuale della musicista danese si sposa, traccia dopo traccia, a nuances discopop che non hanno paura di percorrere sentieri inesplorati, fra sperimentazioni e innovazione.

Sono quattordici i brani presenti sull’album. Una breve introduzione nella più classica tradizione electropop ci conduce alla seconda traccia, ovvero Way Down, pezzo dalla trama musicale ricchissima e variata, nel quale convivono nuances disco ed elettroniche, venature funk e cadenze quasi tribali. Uno degli episodi migliori del disco.

Interessanti anche le semi-acustiche Blur e Mercy, che riescono a farci apprezzare al meglio la voce di Karen. Pezzo per nulla banale, Blur oscilla fra tonalità acustiche e cadenze ritmatissime, tali da renderlo un brano pressoché perfetto tanto per la pista da ballo quanto per un ascolto più pacato.

Mercy, pezzo che vede la partecipazione del produttore What So Not e Two Feet, è invece una magnifica ballata, struggente e malinconica dalle venature quasi gospel e soul.

Ritroviamo i ritmi tribali presenti in Way Down in Nostalgia, che possiamo tranquillamente considerare la cartina di tornasole dello stile elaborato dalla musicista danese (e non solo in quest’ album): testi adolescenziali, che paiono rubati a un journal intime degli anni del liceo si coniugano a ritmi che invitano a lanciarsi in una danza frenetica, senza tuttavia indulgere negli sterotipi del genere, grazie al mélange di ritmi dancepop a sonorità che pescano da altre tradizioni, solo apparentemente lontane e inconciliabili.

Ne abbiamo una ennesima riprova in tracce come Red Wine, con le sue venature quasi reggae, o la ipnotica Purple Like the Summer Rain, pezzo dal ritmo sincopato.

Da segnalare, infine, le altre collaborazioni di peso presenti sull’album: Charli XCX che presta la sua voce per If it’s over e Empress Of, presente nella già citata Red Wine.

Nel complesso una prova matura e decisamente riuscita per la danese che riesce a ritagliarsi uno spazio proprio e singolare nel panorama dance, scena della quale si conferma una delle voci più interessanti e meno scontate.
7,6/10

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For every evil under the sun, there is a remedy, or there is none, If there be one, try and find it, If there be none, never mind it.

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