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(recensione): Last Building Burning – Cloud Nothings (Carpark Records, 2018)

Last Building Burning - Cloud Nothing

Last Building Burning è il titolo dell’ultimo album dei Cloud Nothings, gruppo alternative rock di Cleveland. E titolo non potrebbe essere più appropriato. E’ infatti un incendio quello che ci attende quando ci mettiamo all’ascolto delle otto tracce incluse nel disco.

Ma procediamo con ordine.

Avevamo lasciato i Cloud Nothings  nel 2017 con Life Without Sound, opera assolutamente pregevole, ancora più gradevole in versione live (memorabile e apprezzatissima la loro esibizione al Petit Bain di Paris, concerto dal quale eravamo usciti piacevolmente storditi e  colpiti dalla potenza del loro sound,ndr). L’album aveva confermato tutte le potenzialità della band, esplosa definitivamente nel 2014 con l’album Here and Nowhere Else.

Attesissimo quindi il loro ritorno in scena che, puntualmente, ha confermato il talento del trio capitanato da Dylan Baldi,  lead singer e autore dei testi, coadiuvato da TJ Duke al basso e Jayson Gerycz alla batteria.

Indizi evidenti della qualità della nuova musica si erano mostrati già chiarissimi in occasione del primo singolo estratto dall’album, The Echo of The World,  apparso lo scorso agosto.

Il brano, bellissimo, è accompagnato da un video dall’ambientazione decisamente psichedelica. Sin dalle prime note ci avvolge prepotentemente con sonorità post-punk miscelate a echi noise e sottolineate da una batteria martellante e da riff di chitarre distorte  e basso a scandire un ritmo velocissimo e variato.

Ritmi accelerati, nuance punk e imponenti muri sonori: sono questi gli ingredienti presenti in tutti e otto i pezzi di Last Building Burning e che in un certo senso ne costituiscono il fil rouge. Sin dal brano di apertura On An Edge, nel quale Baldi spinge fino all’estremo le proprie potenzialità vocali in un dialogo forsennato con chitarra e batteria.

Più tranquilla, ma comunque ritmatissima la traccia successiva, ovvero Leave Him Now, ma si tratta solo di una breve pausa e il ritmo ridiviene concitatissimo con In Shame, uno dei migliori episodi del disco, grazie a un testo malinconico e non banale: They won’t remember my name/
I’ll be alone in my shame/They won’t remember my name/ I’ll be alone in my shame/They won’t remember my name, ripete angosciato il refrain.

Sonorità shoegaze, riverberi e distorsioni fanno capolino in So Right So Clean, un altro dei brani da ascoltare con attenzione. Particolarmente curata la parte vocale che tocca un po’ tutti i registri e ci consente quindi di apprezzare la voce di Dylan in tutta la sua estensione. Pezzo dall’andamento quasi ipnotico, ancora una  volta rievoca certe  venature alla Cure, band che evidentemente si conferma  nume tutelare di Baldi.

Dissolution, con i suoi quasi 11 minuti di durata è chiaramente il pezzo chiave dell’album. Brano epico e dall’andamento imprevedibile, passa senza soluzione di continuità da una tonalità all’altra e, come un microcosmo contiene in sè tutti i registri cari alla band, declinati alla perfezione. Sperimentazioni noise e  passaggi solo strumentali si alternano a riff di chitarre distorte in dialogo con voce, basso e batteria, fino concludersi in un crescendo turbinoso.

Last Building Burning è uno dei dischi migliori di questo ricchissimo autunno.

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8,5/10

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For every evil under the sun, there is a remedy, or there is none, If there be one, try and find it, If there be none, never mind it.

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