(recensione): Basement – Beside Myself (Fueled by Ramen, 2018)

Basement-BesideMyself

KiSuona fresco ed accattivante sin dal primissimo ascolto Beside Myself, quarto album in studio degli inglesi Basement, band underground di Ipswich. Il gruppo, a dispetto di due dischi estremamente apprezzati e una carriera in rapida ascesa si era imposto una pausa fra il 2012 e il 2016. Nonostante la lunga assenza, a partire dalla reunion avvenuta due anni fa con la pubblicazione di Promise Everything, i cinque, capitanati dal lead singer Andrew Fisher non hanno sbagliato un colpo. E Beside Myself, apparso in questi giorni, è un’ ulteriore conferma della loro vitalità.

La ricetta della band è allo stesso tempo semplice e vincente. Sonorità indie anni 90 si intrecciano a cadenze punk rock senza dimenticare qua e là qualche tocco vagamente pop ad allegerire la trama musicale, laddove le nuances più noise rischierebbero di prendere il sopravvento. Dodici le tracce che compongono il nuovo disco, per una durata di poco più di mezz’ora.

Primo singolo estratto dall’album, Disconnect, è anche la traccia di apertura. Pubblicata assieme ad un video che ritrae la band impegnata nell’esecuzione del brano, è un classico pezzo rock, tutto giocato su riff di chitarra, basso e batteria martellante.

Non meno nineties il secondo singolo, Be Here Now, brano tutto in accelerazione, in cui il dialogo fra batteria e chitarra è sottolineato dalla parte vocale, anch’essa dal ritmo particolarmente serrato.

Terzo pezzo, Nothing Left è anche uno degli episodi più riusciti del disco: particolarmente bella l’intro scandita dalla batteria e notevole l’assolo di chitarra, quasi in chiusura. Si sposa perfettamente con i brani che seguono, Ultraviolet, pezzo ispirato al tragico attentato di Westminster, e Keepsake, che ci racconta una storia d’amore tormentata e frustrante. Il tutto a conferma della consistenza di questo lavoro, che risulta perfettamente omogeneo e coerente in ogni sua singola parte.

Changing Lines, brano brevissimo costruito attorno al suono della chitarra acustica ci introduce a Stigmata, dalle nuances grunge e dal testo particolarmente cupo: Can you see I’m ill / From fear of failure? It feels like, feels like / We’re falling in the dark, falling in the dark, canta Andrew, sullo sfondo di una melodia dominata quasi totalmente dalla chitarra.

Altri episodi notevoli New Coast e Just a Life fino ad arrivare a quelli che sono forse i brani più interessanti del disco, ovvero Reason for Breathing e, proprio in chiusura Right Here. La prima si fa notare per il suo testo folgorante, How can I / Begin to understand /The hand that moves the sun around me / You are the sun /You are the sun a corollario di una trama musicale complessa e variata, la seconda è ballata dolce e suadente. Uno dei pezzi più romantici e dolceamari dell’album: Believe in make-believe /And we can be all that which we can be, sentenzia Fisher. Nel suo complesso un disco decisamente riuscito che merita una nota più che positiva.

7,6

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