(recensione) : Possible Dust Clouds – Kristin Hersh (Fire Records, 2018)

Risale alla fine del 2016 l’ultimo intenso album di Kristin Hersh, Wyatt at The Coyote Palace. Album personale, nato alla fine del doloroso divorzio dal marito Billy O’Connell, giunto dopo 25 anni di vita in comune, Wyatt at The Coyote Palace faceva i conti con sentimenti come la rabbia e la delusione, attraverso tracce genuinamente rock, dalle venature noise e grunge. Possible Dust Clouds, pubblicato il 5 ottobre, ne è un perfetto corollario. Kristin, forte di un passato in band storiche e seminali per il movimento indie-college, come Throwing Muses e 50 Foot Waves, è una rocker dal talento indiscutibile. Testi allo stesso tempo aggresivi, duri o teneri (quando hanno come soggetto il figlio, affetto da autismo) si sposano a melodie dal sapore punk rock ma che non lesinano mélanges con sonorità noise. Ovunque possiamo apprezzare i magnifici riff di chitarra di Kristin che vuoi in versione acustica, vuoi in chiave elettronica dominano anche tutte e dieci le tracce di questa nuova prova.

L’album si apre sulle note di LAX, ed è un esordio perfetto. Riff di chitarra scanditi da batteria martellante dialogano con la voce roca di Kristin in un brano che ci immerge immediatamente in un vortice di sonorità post punk.

Secondo brano del disco No Shade in Shadow è un pezzo fra noise e psichedelia: il titolo è a suo modo programmatico. Luci e ombre, rabbia e dolcezza, chitarre e voci distorte si mescolano a testi agrodolci in una continua alternanza, creando un’atmosfera di grande fascino e bellezza.

Magnifica, la terza traccia, Halfway Home, è un brano tutto in crescendo grazie alla sua magnifica parte vocale, di canto e controcanto: l’effetto ottenuto è ipnotico e avvolgente, fino ad arrivare ad una chiusura malinconica, perfettamente simmetrica all’esordio di Fox Point, pezzo che segue, altro episodio più che notevole del disco.

Brano acustico, dalle cadenze quasi country e funky, Lethe arriva perfettamente a metà album: è un pezzo che crea come uno iato fra una traccia e l’altra ed è interessante che introduca una canzone dalle nuances à la Nirvana, come Loud Mouth, che ci riporta immediatamente alla memoria il passato di Kristin e la sua militanza in gruppi intimamemente legati ai movimenti musicali degli anni 90. Possiamo fare lo stesso discorso per Gin, pezzo che si apre con un giro di chitarra che evoca in modo più che evidente certi riff di Cobain.

E’ difficile indicare una traccia piuttosto che un’altra, per illustrare al meglio un disco nel complesso davvero riuscito e che come il precedente non fa che confermare le indubbie qualità della sua autrice.

Mi limito a segnalare, fra tutte, Lady Godiva, brano che chiude egregiamente il disco, dominato dalla bella chitarra acustica di Kristin in un affascinante dialogo con la sua voce insolita e avvolgente.

Kristin Hersh sarà in tournée in Europa la prossima primavera. Ve ne riparleremo.

click to listen
8.8/10

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: