(recensione): Iridescence – Brockhampton (RCA, 2018)

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Quarto album dalla genesi complessa, quello del megagruppo rap texano Brockhampton. Annunciato subito dopo la pubblicazione di Saturation III e previsto per l’inizio del 2018 con il titolo Team Effort, è stato infatti posticipato una prima volta e poi una seconda. Certamente non sono estranee a queste continue tribolazioni le accuse di molestie sessuali (benchè smentite dall’interessato, ndr) rivolte al vocalist Aamer Vann, allontanato in seguito dalla band. Nonostante tutti queste sgradevoli situazioni extra-musicali, il quarto disco del gruppo, dal titolo Iridescence (nome che ha rimpiazzato Puppy, precedentemente evocato), è arrivato puntuale qualche giorno fa.

15 tracce, che si dipanano per circa 48 minuti: Iridescence è un tesoro inesauribile di intricate trame sonore e di testi folgoranti. A partire dal brano di apertura, che vede anche un breve cameo di Jaden Smith. New Orleans, liberamente ispirato a Fireman, pezzo di Lil Wayne del 2005, evoca, nel ritornello intonato da Kevin Abstract, il complicato percorso della band verso il successo: Tell the world, I ain’t scared of nothing/ Tell the world, I ain’t scared of jumping/ Tell my boy I want a crib in London /Tell the world to stop tripping, rappa Kevin.

Bellissimo il secondo brano, Thug Life con le sue cadenze gospel, e ingentilito da una melodia dominata dal suono del pianoforte: e ci pare che la dolcezza del pezzo sia più che appropriata in una canzone che è anche un omaggio a Tupac, rapper tragicamente scomparso qualche tempo fa.

Pezzi più duri si alternano a momenti più soft in tutti e 48 i minuti del disco, creando come un dialogo interno fra traccia e traccia. Se le canzoni più dure e rappate sono lasciate alla voce di Abstract e Dom McLennon, è compito di Matt Champion e Bearface quello di interpretare i brani meno violenti e più malinconici. E’ il caso di San Marcos, pezzo impreziosito dalla presenza del coro della London Community Gospel e la magnifica Tonya, ispirato alla controversa figura di Tonya Harding, che pare, a tratti, una non troppo celata rievocazione dei fatti che hanno interessato l’ex Vann. E’ un pezzo dominato da una folgorante partitura al pianoforte, suonato da Joba e possiamo sicuramente annoverarlo fra gli episodi più riusciti dell’intero lavoro.

Si tratta, nel complesso, di un album magistralmente riuscito, forse anche grazie alla libertà che la band si è assegnata nel comporlo. Liberi da ogni pressione, i singoli componenti si sono dati la possibilità di assecondare ciascuno la propria inclinazione. E cosi’, ecco che i brani vanno in direzioni inaspettate, dal rap più duro, alla melodia più soft, senza un filo conduttore che rigidamente indichi un cammino prestabilito da seguire.

L’esito è un disco tanto ricco, quanto imprevedibile e fuori da ogni canone, che, tuttavia contiene delle magnifiche perle. Segnalo in particolare l’ipnotica e ritmatissima J’ouvert o District, brano davvero collettivo nel quale ciascun elemento del megagruppo apporta il proprio contributo strofa dopo strofa.

7.5/10

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