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(recensione): Yves Tumor – Safe in the Hands of Love (Warp, 2018)

Musicista tanto affascinante quanto misterioso, l’americano Yves Tumor noto anche con lo pseudonimo Steve Bowie, nato nel Tennessee, ma con residenza proprio in Italia, a Torino, non si lascia facilmente definire e incasellare in un’unica categoria. Forte della collaborazione con Mykki Blanco e del progetto Bodyguard, allestito con James Ferraro, nonchè di una miriade di altre produzioni in giro per l’Europa e gli Stati Uniti, aveva favorevolmente colpito già lo scorso anno con l’album Serpent Music, un mélange riuscito di stili e sonorità spesso agli antipodi.

A sorpresa, è giunto in questi giorni un nuovo disco Safe In the Hands of Love, pubblicato questa volta con l’etichetta Warp Records.  10 tracce che si dipanano per circa 40 minuti. Brani alla volta intriganti, cupi e coerenti pur nella loro infinità varietà.

Venature elettroniche si mescolano a nuances soul sposandosi a cadenze jazz o hip hop. Ne è un bell’esempio già la sequenza che apre il disco: una breve introduzione solo strumentale, Faith in Nothing except in Salvation, brano dal sapore vagamente jazzato, ci porta fino alla seconda traccia,  Economy of Freedom, pezzo registrato in collaborazione con il musicista elettronico danese Croatian Amor, nel quale ritroviamo una miriade di trame sonore alla volta cupe, minacciose e angoscianti ma mai banali e che ben si sposano con un testo semplice ma incisivo.

Licking An Orchid è il brano nel quale fa capolino James K ed è anche il secondo singolo estratto dall’album. E’ accompagnato da un bel video, tutto giocato sui toni del rosso, che ben si addice al ritmo sensuale ed estremamente cadenzato del brano, che esplode inaspettatamente sul finale, con un tripudio di distorsioni che simulano una sorta di tempesta.

Primo singolo estratto, Noid è invece un pezzo impegnato nel quale l’autore riflette su un tema delicato come la depressione e il disagio della vita nei ghetti: è un mix di trip-hop con sottili influenze discomusic anni ’70 e ’80, declinato in chiave vagamente rock e psichedelica.  Il testo, diretto e senza mezzi termini, recita: They call it a sickness/ PTSD, depression/  Safe in the hands of love /That’s where I feel the pressure  from 911, 911, 911 / Can’t trust them.

Fra gli episodi più interessanti, la cupa Hope in Suffering, brano per il quale Yves si è avvalso della collaborazione di Puce Mary e Oxhy: un pezzo decisamente sperimentale, dominato da distorsioni e nel quale le voci restano costantemente lontane, su uno sfondo spettrale.

Notevole anche il brano che chiude il disco, ovvero Let the Lioness in You Flow Freely, una non meno interessante sperimentazione,  giocata fra voci distorte e sintetizzatori (e con un finale a sorpresa) che contribuiscono a mantenere fino in fondo l’atmosfera spiazzante del lavoro.

Yves Tumor conferma tutto il proprio evidente potenziale espressivo. Alla luce delle sue prossime esibizioni in programma con Blood Orange non disperiamo di vederlo presto anche in Europa.

8/10

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For every evil under the sun, there is a remedy, or there is none, If there be one, try and find it, If there be none, never mind it.

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