(recensione): Double Negative – Low (Sub Pop, 2018)

Storica band statunitense formatasi nell’ormai lontano 1993, i Low tornano in questi giorni di attualità grazie  a Double Negative, loro dodicesimo album in studio, pubblicato sotto l’egida dell’etichetta Sub Pop, casa discografica altrettanto iconica.

Low è un album al tempo stesso difficile e coraggioso. E’ infatti con pazienza e perseveranza che occorre mettersi all’ascolto degli undici titoli che compongono il disco e occorrono tempo ed attenzione per per poterne apprezzare tutte le infinite nuances.

E’ sempre estremamente riduttivo incasellare un musicista o una band in un genere musicale (e nel caso degli americani anche antipatico, vista la loro avversione alle etichette), ma, parlando dei Low, appare necessario ricordare come i loro precedenti lavori siano un interessante mélange di sonorità slowcore post-rock arricchite da trame elettroniche minimaliste sullo sfondo delle quali emergono le voci di Alan Sparhawk e Mimi Parker, nel corso di questo lavoro alterate e modificate fino all’estremo.

Double Negative è, come dicevamo, un album complesso e sofisticato, che si inserisce perfettamente nel percorso musicale della band. Luci e ombre si susseguono senza posa traccia dopo traccia, creando un’atmosfera di spaesamento, amplificata dalle infinite sperimentazioni elaborate. Si passa quindi dalle distorsioni minimaliste di Quorum, traccia che apre l’album, a Dancing and Blood, brano tutto in crescendo, scandito da un ritmo ipnotico. In entrambi i  casi la strumentazione è ridotta al minimo, in modo da fare risaltare le voci, anch’esse distorte e manipolate elettronicamente.

 

Low è anche un video in bianco e nero dalle atmosfere lynchiane che si sposa perfettamente all’andamento ipnotico del pezzo.

Momenti minimalisti, in cui la strumentazione è ridotta al minimo, si alternano ad episodi in cui la trama diventa più complessa.  E’ il caso di  Poor Sucker che pare dominata da una tempesta autunnale ed è impreziosita da venature gospel conferite da una parte corale dal sapore quasi medievale, e Rome (Always in the Dark), brano nel quale emerge evidente la produzione di  James Blake, aka BJ Burton, già produttore, fra gli altri di Bon Iver: e in alcuni momenti pare inevitabile sottolineare la somiglianza di alcune soluzioni in fase di arrangiamento, anche se nel caso dei Low tutto pare portato alle estreme conseguenze.

Quasi acustica, sebbene mantenga tutto la sua semplicità minimalista Dancing and Fire, brano dominato da chitarra, basso e voce. Pezzo che, come tutti gli altri brani, puo’ avvalersi di un testo tanto sobrio quanto incisivo: A spark of everything you’ve ever known/  Incinerated in a light of gold/ You don’t know what you’re even fighting for/ It’s not the first time you delayed the boat, canta Sparhawk malinconicamente.

Fra gli episodi più significativi non posso non segnalare Always Trying to Work it Out. Bellissimo il dialogo fra le voci di Mimi Parker e Sparhawk che domina tutto il pezzo e si inserisce su un tappeto di distorsioni che si alternano a momenti di calma apparente, creando una continua successione di luci e ombre.

Album spiazzante, da ascoltare più di una volta per poterne apprezzare tutta la potenza. L’esito finale è comunque più che positivo e bene fa sperare per il prossimo live parigino di cui vi parleremo a breve.

7,8/10

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