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(recensione): Idles – Joy as an Act of Resistence (Partisan Records, 2018)

Secondo album per gli IDLES, band originaria di Bristol. Formatisi nel 2011 è solo lo scorso anno che l’album del loro memorabile debutto, Brutalism, vede la luce. Un album apprezzatissimo da pubblico e critica, che attendeva dunque con impazienza una conferma (o una eventuale smentita) di quanto pregustato nel 2017. La conferma è arrivata puntuale con il secondo lavoro, Joy As an Act of Resistence, un album al tempo stesso militante, scatenato, tragico e allegro. Dodici titoli che si dipanano per una quarantina di minuti. Sonorità decisamente punk e post-punk, scandite da una batteria martellante ne costituiscono la trama musicale sulla quale si innesta la parte cantata. La bella voce del lead singer, Joe Talbot, puo’ emergere in tutta la sua profondità, producendosi in testi alla volta seri e scanzonati, che hanno il pregio di affrontare tematiche di attualità, particolarmente complesse, senza perdersi in fastidiosa retorica. L’esito è quello di risultare estremamente incisivi ed efficaci e di lasciarsi ascoltare con attenzione e piacere.

Si inizia con energia con Colossus, traccia che apre l’album, brano “cinematografico e sinistro” almeno nelle intenzioni dei suoi stessi autori che hanno lungamente parlato dei diversi pezzi del disco nel corso di un’intervista concessa a NPR. E in effetti ci si lascia subito trasportare dal suo andamento tutto in crescendo, scandito dalla batteria martellante che si sposa perfettamente con un testo che stigmatizza certi atteggiamenti machisti con un’ironia molto più efficace di tanti editoriali letti negli ultimi tempi.

They laugh at me when I run/ I waste away for fun / I am my father’s son /His shadow weighs a tonne recita il secondo ritornello in un tono tristemente ironico.

Scatenato anche il ritmo della seconda traccia, ovvero la programmatica Never Fight a Man With a Perm. L’onnipresente batteria suonata da Jon Beavis dialoga con le chitarre di Mark Bowen e Lee Kiernan e il basso di Adam Devonshire, creando un universo sonoro inconfondibilmente potente: non c’è tempo di indugiare fra un episodio e l’altro.

Si passa quindi senza posa da I’m Scum a Love Song fino ad arrivare a June, per concludere con Rottweiler, brano che chiude l’album senza che il ritmo serratissimo sia mai nemmeno lontanamente scalfito.

I temi, trattati sempre con ironia e leggerezza, sono, come dicevamo, in realtà serissimi e spesso delicati. Si passa dal prendere di mira un certo maschilismo, all’ analizzare questioni più strettamente politiche come la Brexit (è il caso di Great) , fino all’aprirsi con notevole grazia e poesia su una circostanza decisamente privata e tragica come quella di una paternità mancata. E’ il caso proprio di June, una sorta di ninnananna punk, dall’andamento solenne, sublimata da un testo particolarmente poetico, nel quale Joe ci parla di Agatha, la sua bimba nata morta proprio lo scorso anno.

Dreams can be so cruel sometimes/ I swear I kissed your crying eyes /stillborn but stillborn / I am a father/ A stillborn but still born/ I am a father canta malinconicamente e allo stesso tempo in modo estremamente pudico Talbot.

Un album bellissimo, intenso e da ascoltare con la massima attenzione. Uno dei migliori lavori del 2018. Attendiamo con impazienza gli IDLES per il loro live parigino in dicembre. Ve ne riparleremo.
8,8/10

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For every evil under the sun, there is a remedy, or there is none, If there be one, try and find it, If there be none, never mind it.

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