Anna Calvi - Hunter

(recensione): Hunter – Anna Calvi (Domino, 2018)

Terzo album in studio per la sensuale Anna Calvi, assurta a star della scena indie nel 2011 con un disco che portava semplicemente il suo nome. Personaggio estremamente teatrale e con una notevole presenza scenica, Anna, anche grazie alla voce potente e a melodie spesso non banali, non avrebbe bisogno di molto di più che la sua musica per farsi notare dal pubblico. Siamo rimasti quindi un poco sopresi da un lato dalla scelta del fil rouge che lega i dieci titoli di Hunter, suo ultimo lavoro, pubblicato da qualche giorno con l’etichetta Domino Records e ancora di più dalle atmosfere hardcore evocate nei primi videoclip girati in vista della promozione.

Il 2018 passerà sicuramente alla storia come l’anno del new feminism, del metoo e dell’empowerment femminile. E’ quindi in questo discorso che Anna Calvi ha pensato bene di collocare il suo nuovo disco, cavalcando uno dopo l’altro tutti i temi e anche gli stereotipi del caso, risultando a tratti particolarmente irritante. E questo va detto con dispiacere perchè alcune melodie sono interessanti e la voce di Anna, quando non indugia in inutili barocchismi, risulta estremamente gradevole.

Ma andiamo con ordine. L’album si apre con la programmatica As a Man. If I was a man in all but my body/ Oh would I now understand you completely /If I was a man in all but my body canta Anna, giocando sullo scambio di ruoli e sull’irrisolta (evidentemente per lei, ndr) questione dell’incomunicabilità fra i sessi. Il brano, estremamente ritmato, è scandito dalla batteria che sottolinea la bella parte cantata.

E’ la titletrack Hunter il titolo che segue: brano che, se da un lato, musicalmente si presenta ricco e complesso, nonostante qualche sbavatura, viene tuttavia penalizzato da un testo ancora una volta più che banale (dove stava Anna gli anni passati? non è certo da oggi che le donne riescono a fare convivere giubbotti di pelle e fiori nei capelli) e da un videoclip praticamente a luci rosse (e non se ne capisce la necessità).

Possiamo applicare un po’ lo stesso discorso a tutte le tracce dell’album, a partire dal primo singolo estratto, Don’t beat the Girl Out of my Boy, brano che affronta la medesima tematica che attraversa tutto il disco, ovvero la fluid gender theory, l’empowerment femminile e la libertà sessuale reclamata per le donne negli stessi termini che per gli uomini.

Fra le tracce più interessanti (ed è anche una di quelle che più delle altre si sottrae a questa retorica di fondo) l’eterea e sensuale Swimming Pool, in cui Anna puo’ mostrare al meglio le sue doti vocali, sottolineate da una trama musicale bella e avvolgente.

Stesso discorso anche per il brano che chiude l’album Eden, una bella ballata non banale che risolleva un poco le sorti del lavoro.

Se è vero che Anna ha sempre sofferto ed è stata penalizzata dalla comparazione con PJ Harvey, non sarà certo con questa retorica un poco abusata che riuscirà a rendersi inimitabile.
6,3/10

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