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(recensione) : Dance on The Blacktop – Nothing (Relapse Records, 2018)

Dance on the Blacktop - Nothing

Data ricchissima di novità il 24 agosto. Fra gli album apparsi si fa notare anche il terzo lavoro in studio dei Nothing, band americana originaria della Pennsylvania,  tanto interessante quanto dal percorso spesso accidentato.  Band, fra le altre cose, appartenente al fecondo universo shoegaze, mondo che, lungi dall’essere relegato in un limbo, ha saputo rinnovarsi e vive ora una nuova stagione ricca ed estremamente interessante.

Formatisi nel 2010,  i Nothing sono un quartetto capitanato da Dominic Palermo, già membro degli Horror Show, gruppo hardcore punk senza grandi pretese. Durante gli anni trascorsi nella band Palermo, coinvolto in una rissa dall’esito tragico, si è visto condannato a trascorrere due anni in prigione (sebbene si sia sempre dichiarato estraneo ai fatti e abbia sempre affermato la propria innocenza, ndr), al termine dei quali è tornato alla musica con la sua nuova band, per l’appunto i Nothing. L’album del debutto Guilty of Everything, accolto nel complesso molto positivamente da critica e pubblico, prende spunto proprio dal vissuto di Palermo e pone le basi per la costruzione del sound della band, caratterizzato da un interessante e non banale mélange di shoegaze, noise, dreamrock e sonorità più sporche, vicino al post-punk e allo slowcore.

Dal debutto ad oggi i Nothing hanno attraversato periodi più o meno rocamboleschi dai quali sono riusciti tuttavia a trarre ispirazione, trasformando anche le difficoltà più grandi con talento e intelligenza.  Eccoci dunque arrivare in questi giorni, a due anni di distanza da Tired of Tomorrow, a  Dance on The Blacktop, .Le nove tracce (più due bonus track presenti nella versione su vinile)  che compongono l’album, per una durata complessiva di una quarantina di minuti,  mescolano ancora una volta sapientemente shoegaze, noise e postpunk,  E’ Zero Day ad aprire le danze, brano che ci accoglie con un tappeto di chitarre distorte e riverberi, a fare da sfondo alla voce sfumata di Palermo.

La produzione sapiente di John Agnello, già produttore di band del calibro di Sonic Youth, Dinosaur Jr e Kurt Vile si fa sentire e i 9 brani sono coerenti e consistenti. Si passa cosi’ da Blue Line Baby, secondo singolo estratto (dalle atmosfere dreampop, forse uno degli episodi meno riusciti),  a I Hate the Flowers, brano dal sound più complesso e dalle sonorità più decise che risulta anche uno dei brani più belli dell’album.

Stop all the clocks in my brain/ Clog all the veins in the drains / Build a coffin around this house
Dismantle the soil from the couch  canta Palermo ed evidente ancora una volta è l’allusione al suo vissuto e alla grave malattia cerebrale che lo ha colpito qualche anno fa.

Biografica anche The Carpenter’s son, brano dalle nuances rarefatte che racconta della relazione del musicista con il padre, rapporto dolceamaro marcato dai problemi personali dell’uno e dell’altro e dal percorso intrapreso per porvi rimedio.

L’album, che non si distacca forse molto da quanto la band ci ha proposto in passato, si lascia ascoltare con interesse e presenta momenti notevoli come Hail on Palace Pierbrano oscillante fra shoegaze e slowcore e Us/We/Are, traccia più decisamente noise.

Da segnalare infine Plastic Migraine, altra traccia estremamente personale e la disincantata (Hope) Is Just Another Word with A Hole in It, che chiude il disco.

Alla luce del percorso accidentato del lead singer ci pare un lavoro più che positivo e non possiamo che dare una notazione generale ben al di là della semplice sufficienza.

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7.8/10

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For every evil under the sun, there is a remedy, or there is none, If there be one, try and find it, If there be none, never mind it.

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