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(recensione): Be the Cowboy – Mitski (Dead Oceans, 2018)

Giovane musicista nippo-americana, Mitski Miyawaki ha conquistato un posto d’onore sulla scena alternative e indie con la pubblicazione del primo album Lush nel 2012.  Si trattava, anche allora, di un mélange singolare di elementi dalle nuances jazz, elettroniche, rock, indie-pop, accompagnati da testi folgoranti e una voce straordinariamente potente.

La carriera di Mitski è proseguita incessantemente album dopo album, con lavori di estremo interesse e grande bellezza, capaci di esplorare universi abitati da figure solitarie e malinconiche, mondi che si tengono costantemente ai margini.

E’ in quest’ottica e attraverso questa lente che dobbiamo leggere anche il suo ultimo lavoro, pubblicato lo scorso 17 agosto. Un album dal titolo singolare Be the Cowboy, annunciato da un primo singolo, Geyser, pubblicato in maggio.

Brano evocativo e allo stesso tempo enigmatico con un ritmo che si sviluppa tutto in crescendo, con i suoi begli arpeggi di sintetizzatori parrebbe raccontarci una storia d’amore. In realtà ci parla del processo creativo in musica e della solitudine che è propria di ogni musicista in fase di composizione.  Though I’m a geyser / Feel it bubbling from below/ Hear it call, hear it call / Hear it call to me / Constantly /And hear the harmony /Only when it’s harming me /It’s not real, it’s not real /It’s not real enough, ci dice Miyawaki.

Geyser è anche il brano che troviamo in apertura del disco.  14 titoli per 32 minuti. Be the Cowboy, ci rimanda all’universo dei cavalieri solitari che attraversano il selvaggio west americano, malinconici e sfrontati, forti e fragili allo stesso tempo, in cerca di fortuna. Cosi’ le varie tracce, fra nuances pop, rock, jazz esplorano con infinita grazia e leggerezza paesaggi dell’anima dalle mille sfaccettaure, senza mai slittare nell’autoindulgenza.

Esempio perfetto, il secondo singolo estratto Nobody, brano tutto giocato su nuances disco anni 80 che affronta i problemi della depressione e della solitudine.

Venus, planet of love / Was destroyed by global warming/ Did its people want too much too? /
Did its people want too much?  canta Mitski.

Delicate ballate sottolineate dal  suono del pianoforte si alternano a brani più pop e rock. E’ il caso di A horse named cold air, Come into the Water e Two Slow Dancers, brano che chiude l’album con una melodia delicata dal sapore dolceamaro, che ci racconta di un due ex innamorati ritrovatisi dopo anni e che fanno i conti con il passare del tempo e le occasioni perdute.

It would be a hundred times easier / If we were young again / But as it is / And it is/We’re just two slow dancers, last ones out /We’re two slow dancers, last ones out, canta Mitski.

Straordinaria la capacità della giovane musicista americana di affrontare temi difficili con eleganza e apparente leggerezza. E cosi’ ecco A Pearl, un brano rock fra i più interessanti dell’intero lavoro,  giocato su nuances a tratti grunge che ci parla della complessità dell’animo umano, delle ombre che sono in ognuno di noi e nelle quali spesso troviamo rifugio.

But it’s just that I fell in love with a war /  And nobody told me it ended /And it left a pearl in my head /  And I roll it around / Every night, just to watch it glow / Every night, baby, that’s where I go
Just to watch it glow, conclude Mitski.

Un album di grande bellezza e spessore,dicevamo, per una delle migliori musiciste attualmente in circolazione.  Be the Cowboy è anche uno dei migliori album del 2018, fino ad oggi.

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8,5/10

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For every evil under the sun, there is a remedy, or there is none, If there be one, try and find it, If there be none, never mind it.

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