(recensione): Tell Me How You Really Feel- Courtney Barnett (Milk Records / Marathon Artists, 2018)

Terzo album in arrivo per la giovane cantautrice australiana Courtney Barnett. Tell Me How You Really Feel, questo il titolo, è un lavoro che segna un momento importante nella carriera di Courtney. Sonorità nuove e altre già collaudate si mescolano traccia dopo traccia, creando un insieme omogeneo e coerente.

E’ nota ai più la vena intimista e ironica presente nella scrittura della Barnett. La collaborazione con Kurt Vile in occasione dell’album Lotta Sea Lice, pubblicato lo scorso anno, aveva messo in luce le qualità di una musicista originale e dalla penna brillante (e certo questo lavoro comune aveva permesso a entrambi di valorizzarsi al meglio).

Tell Me How You Really Feel conserva certi elementi dello stile di Courtney ma, ad essi se ne aggiungono altri, mutuati da altre tradizioni ed epoche musicali. L’esito è spiazzante e non sempre perfettamente riuscito.

E’ Hopefulessness ad aprire le danze. Prima traccia dell’album, si impone con le sue nuances indie-folk che paiono rubate al repertorio di Sheryl Crow. Brano dal sapore dolceamaro, con un testo che tuttavia pare a tratti retorico e per niente originale: You know what they say/ No one is born to hate /We learn it somewhere along the way/ Take your broken heart /Turn it into art /Can’t take it with, canta Courtney con un tono un po’ moraleggiante.

City Looks Pretty, secondo brano, è anche un video bizzarro e psichedelico ed è il terzo singolo estratto dall’album.

Sonorità anni 90 fanno, ancora una volta, capolino nel brano, ammiccando a certa indie music d’antan, ma il testo è personale e autoironico. When I was young I liked to hear music blarin’ / And I wasnt carin to neuter my jams with earplugs / But these days I inhabitate a high-pitched ring over things / So these days I plug em up / When I’m strugglin with my songs / I do the same thing too / And then I crunch em up in headphones, cause why wouldnt you? /You could say I hear you on several levels at high decibels / Over everything, canta la Barnett e i versi suonano come una confessione un po’ naif del proprio status di cantautrice.

Gli altri due singoli estratti dall’album, Nameless, Faceless e Need A little Time, non si allontanano troppo da questo sentiero. Sonorità indiepop e alternative rock anni 90 si ripetono traccia dopo traccia, in una sorta di spaesamento spazio-temporale, ancora più evidente per chi quegli anni li ha vissuti in prima persona. Nel caso di Nameless, Faceless, Barnett affronta l’irrisolta e sempreverde questione della relazione uomo-donna, tema trattato con una punta nemmeno poco velata di misandria, e cavalcando la sempre vincente onda femminista: I wanna walk through the park in the dark / Men are scared that women will laugh at them /I wanna walk through the park in the dark /Women are scared that men will kill them, recita il ritornello, citando un frammento tratto da Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood e francamente in tempo di #metoo e #balancetonporc non ci pare brilli nè per coraggio, nè per originalità.

Le dieci tracce che costituiscono l’album poco si discostano da queste sonorità e da queste tematiche, confermando la coerenza di fondo che abita il disco. E’ questo il vero limite dell’album nel quale Barnett da un lato ha sacrificato (almeno in parte) l’ironia di fondo della sua penna, dall’altro ha rinunciato ad esplorare nuove sonorità e nuovi percorsi creativi per ripetere senza grande originalità intrecci già noti e collaudati.

Fra gli episodi migliori Need A Little Time con i suoi bei riff di chitarra, che compensano un testo decisamente dimenticabile.

Album atteso, questo di Courtney Barnett e non possiamo nascondere la delusione, ma siamo certi che sia solo un episodio nel suo percorso professionale.
5.8/10

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