Arctic Monkeys - Tranquillity Base Hotel & Casino

(recensione): Tranquility Base Hotel & Casino – Arctic Monkeys (Domino Records, 2018)

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Album allo stesso tempo personale e collettivo, Tranquility Base Hotel & Casino, sesto lavoro in studio per gli Arctic Monkeys, vede finalmente oggi la luce, dopo una lunga attesa, una miriade di annunci e fughe di notizie varie.

Album personale, dicevamo, perchè in ogni singola traccia emerge vivida e riconoscibile la personalità del lead singer Alex Turner, ma anche collettivo, perchè l’intera band ha deciso di prendervi parte e di sostenerlo come un lavoro a tutti gli effetti del gruppo.

Le undici tracce che costituiscono l’album sono composte e pensate quasi interamente da Turner. Grandi assenti, i riff di chitarra che dominavano nei precedenti lavori, sono stati pressoché totalmente sostituiti da piano e organo. Come raccontato da Alex nel corso di un’intervista concessa alla BBC, in fase di scrittura si è rivelato assai più fecondo affidarsi a questi due strumenti, capaci di produrre sonorità oramai più vicine alla sua vena creativa. L’esito è un album vagamente retro con nuances che spaziano dagli anni 50, al primo Bowie anni 60 e a quello successivo fra Berlino e la California, e che risente in modo più o meno marcato dell’esperienza The Last Shadow Puppets.

“I just wanted to be one of The Strokes/ Now look at the mess you made me make” recita il primo verso della prima traccia, Star Treatment, una candida confessione dello status di rockstar e di tutti i sogni e le delusioni collegate a questa condizione. La batteria e le percussioni scandiscono un ritmo a tratti sincopato e sottolineato dal ripetersi delle note al pianoforte, mentre chitarra e basso restano solo sullo sfondo.

Seconda traccia, One Point Perspective, è un brano dal sapore d’antan. Sonorità anni 50 e venature soul e jazzate si fondono in una canzone che non avrebbe stonato nel repertorio di Frank Sinatra. E non a caso Alex in un’intervista alla rivista spagnola Mondo Sonoro, ci racconta proprio di come il pensiero del padre e della musica che questi ascoltava e suonava al pianoforte lo abbiano ispirato in fase di composizione.

Bellissima, la terza traccia, American Sports, ci introduce in un universo angosciante e distopico ed è il perfetto preludio per il brano che segue, la title track Tranquility Base Hotel & Casino, uno dei tesori di quest’album.

Un magnifico testo, metaforico, ironico e a tratti malinconico è sottolineato da un basso appena accennato che serve da base per il dialogo, che emerge in primo piano, fra voce, tastiere, piano, sintetizzatori e organo.

“This magical thinking / Feels as if it really might catch on/ Mama wants some answers
Do you remember where it all went wrong?” canta Turner, in un brano che deve il suo nome alla base raggiunta dall’uomo nel corso dello storico allunaggio.

Altro brano perfetto di questo lavoro Four out of Five ci racconta invece delle angosce dovute alla pressione che i musicisti subiscono da parte di critica e pubblico (il titolo fa riferimento al sistema di notazione delle recensioni).

Pezzo che risente dell’influenza del Bowie anni 70 in maniera inequivocabile, cosi come la complessa She Looks Like Fun, brano che alterna chiari e scuri e che ha come bersaglio Internet e tutti i suoi evidenti limiti.

Tema protagonista anche dell’ultimo brano dell’album ovvero The Ultracheese: “Still got pictures of friends on the wall/ Suppose we aren’t really friends anymore / Maybe I shouldn’t ever have called that thing friendly at all” recita Turner malinconicamente.

Album strano e sorprendente che inaugura un corso completamente diverso rispetto a quanto proposto in precedenza dagli Arctic Monkeys. Il che è decisamente un bene. La voglia di cambiare e di sperimentare nuovi suoni e altre strade è sempre segno della vitalità di una band. In questo caso l’esito è anche un lavoro di grandissima qualità che si colloca fra le migliori uscite di questo 2018.
9/10

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