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(recensione): Beyondless – Iceage (Matador, 2018)

Il ghiaccio bollente in versione postpunk degli Iceage

Quarto album in studio per i danesi Iceage. La ricetta che ci propongono sin dal loro esordio, che risale ormai al 2011 (sebbene il gruppo si sia formato qualche anno prima, nel 2008) è un punk declinato nel senso più autentico del termine, mescolato a sonorità post-punk e contaminato con nuances gothic rock. A partire dal penultimo lavoro Plowing into the Field of Love non mancano venature country e folk. Una miscela esplosiva che viene ripresa e amplificata con Beyondless. 10 titoli, per una durata di 40 minuti: Beyondless è un piccolo gioiello e, ve lo diciamo subito, uno dei lavori più belli e entusiasmanti di questo 2018.

Si inizia vorticosamente con Hurrah, prima traccia del disco. Un brano veloce e ritmatissimo con un testo cupo e disincantato che ruota attorno alla questione dell’egoismo e della violenza insiti in ogni individuo. “An abstract notion/ That I’m flagless at last /I’m not fighting for a country /I’m fighting to outlast/I found there to be an instinct” canta Elias Bender Rønnenfelt, lead singer della band. 

Secondo brano in scaletta, Pain Killer  è il brano con il quale si concretizza la tanto ricercata collaborazione con Sky Ferreira.

E’ anche il secondo singolo estratto dall’album. Pubblicato a inizio marzo, è un pezzo dalle sonorità decisamente post-punk, con un testo agrodolce che ci parla degli effetti terapeutici dell’amore. Una potente sezione ritmica si inteccia a fiati e riff di chitarra. La voce di Sky, che secondo quanto affermato da Rønnenfelt nel corso di un’intervista rilasciata a Billboard si è rivelata fin da subito la candidata naturale per questo progetto, o meglio l’unica scelta possibile, si inserisce perfettamente nel brano, in un dialogo allo stesso tempo dolce e straziante.

Brano dalle atmosfere cupe che rimandano ai Velvet Underground e i Doors, Catch It è anche il primo singolo estratto dall’album,  pubblicato in febbraio assieme a un video altrettanto angosciante e straniante.

Un ritmo serratissimo regge il brano e ci racconta nel corso di una lunga cavalcata dall’andamento ossessivo di un amore disperato e incontenibile. Make me real/ You reel in then you catch it/ Catch it, catch it, catch it, catch it, catch it/ Come make me real /You reel in then you catch it /Catch it, catch it, catch it, catch it, canta Rønnenfelt.

Sonorità honky-tonk, ereditate dal precedente disco Plowing into the Field of Love, si possono ritrovare in Thieves Like Us,  ennesima testimonianza del grande eclettismo della band e della sua volontà di esplorare e mescolare generi  e stili nella più totale libertà.

Come avviene con Showtime, uno degli episodi eccellenti dell’album, traccia che potremmo definire un punk vaudeville, per un brano che include venature jazzate e le mescola ad atmosfere gotiche, e racconta la tragica vicenda del suicidio in scena di  una giovane musicista, con una punta di ironia nera e di sarcasmo all’indirizzo di certi meccanismi propri dello show-business.

Chiude l’album Beyondless, la titletrack, titolo ispirato dalla lettura di Worsward Ho, novella scritta da Samuel Beckett.  Brano dall’arrangiamento articolato e complesso, con primi e secondi piani in alternanza, e le tastiere in dialogo con chitarra e basso.

Torneremo a parlarvi prestissimo della band, in occasione del loro live parigino previsto a breve.

8.8/10

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For every evil under the sun, there is a remedy, or there is none, If there be one, try and find it, If there be none, never mind it.

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