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(recensione): Dirty Computer – Janelle Monae (Atlantic Records-Bad Boy Records, 2018)

Janelle Monae - Dirty Computers

Artista perfettamente in sintonia con l’epoca in cui si muove e capace di rappresentarla al meglio, Janelle Monae giunge con Dirty Computer al suo terzo album in studio.

Annunciato da due brani (e due videoclip) pubblicati in febbraio, Make me Feel et Django Jane, e da Pynk traccia che suggella una nuova collaborazione con Grimes e I Like That in aprile, Dirty Computer era particolarmente atteso, anche alla luce dei due precedenti dischi accolti con entusiasmo da critica e fan.

Musicista eclettica, attrice, modella e paladina della lotte femministe e di genere, Janelle si muove in un settore musicale estremamente vasto, che spazia fra hip hip, soul, funk e pop. Risulta difficile quindi incasellarla, almeno per quanto riguarda la parte più squisitamente musicale. Più facile invece trovare il fil rouge concettuale che muove il suo lavoro. Se ArchAndroid e The Electric Lady (senza dimenticare Metropolis I, EP del 2007) ruotavano attorno alla figura di Cindi Mayweather, alter ego androide di Monae e già si presentavano come una sorta di manifesto e decalogo di tutti i temi cari a Janelle, Dirty Computer non è certo da meno. Conflitti razziali, liberazione femminile e sessuale, politica e critica sociale. Tutto è ben presente e viene declinato nelle 14 tracce dell’album.

Dirty Computer, titletrack è il pezzo che apre il disco e che si avvale nientemeno che della collaborazione di Brian Wilson dei Beach Boys.

L’esito è un brano non particolarmente centrato cosi’ come la seconda traccia Crazy, Classic, Life, dall’andamento pop senza risultare nè ricercata nè innovativa. E’ solo dopo il primo, brevissimo interludio solo strumentale, Jane’s Dream che arriva un brano veramente interessante, se non altro a livello musicale, ovvero Screwed.

Canzone che vede la partecipazione di Zoe Kravitz e ruota attorno al tema della libertà sessuale, il brano si presenta come un bel mélange di pop e hip hop ed è un perfetto interludio per Django Jane, in cui Janelle si cimenta in un rap decisamente riuscito.

Riuscita anche la collaborazione con Grimes: Pynk è un brano che si addice perfettamente alla personalità dell’una come dell’altra (e già ci avevano dimostrato quanto fosse feconda la loro cooperazione con Venus Fly, brano apparso nell’album Art Angels di Grimes). Bello il dialogo delle voci e interessante il tessuto sonoro, un pop elettronico dal ritmo in crescendo che ci fa perdonare un testo retorico e un video alquanto kitsch che, in tutta onestà, non sappiamo quanto possa essere di aiuto alla causa femminile.

Make Me Feel è il brano con il quale Janelle rende omaggio a Prince. Inconfondibili il riff di chitarra, e la costruzione del pezzo, modellato sulla falsariga di Kiss.

Non pare convincere troppo nemmeno I got the Juice, che vede la collaborazione di Pharrell. Un altro breve interludio, simmetrico a Jane’s Dream, arriva con Stevie’s Dream che vede una ulteriore presenza di peso, ovvero Stevie Wonder che presta la sua voce per recitare il verso Even when you’re upset, these words of love /’Cause God is love / Allah is love /Jehovah is love /So, don’t let your expressions, even of anger /Be confused or misconstrued /Turn them into words of expression /That can be understood by using words of love. Piuttosto scontate anche le due tracce in chiusura, a conferma del livello altalenante del disco, in cui gli episodi eccellenti si alternano ad altri decisamente opachi.

6,5/10

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For every evil under the sun, there is a remedy, or there is none, If there be one, try and find it, If there be none, never mind it.

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