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(recensione): Eat the Elephant – A Perfect Circle (BMG, 2018)

Rabbia e disillusione : la ricetta degli A Perfect Circle per “combattere l’elefante”

Eravamo nel 2004: gli A Perfect Circle pubblicavano il loro terzo album in studio, Emotive.

Sono passati quindi ben quattordici anni, e palpabile era divenuta l’attesa per il quarto lavoro in studio del supergruppo formato da Billy Howerdel, chitarrista che puo’ vantare nel CV prestigiose collaborazioni con Nine Inch Nails e Smashing Pumpkins e Maynard James Keenan, già lead singer dei Tool, soprattutto dopo la pubblicazione del primo singolo estratto dall’album, nello scorso mese di ottobre, The Doomed.

Un brano fortemente politico, ispirato all’evangelico Discorso della Montagna, usato come base per un testo ironicamente arrabbiato.

L’album, invece, 12 tracce per la durata di circa un’ora, si apre con la titletrack Eat the Elephant che, simbolicamente ci offre una mappa per orientarci nell’universo descritto dal duo, già a partire dal titolo.

Sgombriamo subito il campo da ogni dubbio. Eat the Elephant è musicalmente un disco perfettamente riuscito, giocato, sul dialogo fra chitarra, basso, batteria e parte cantata, dialogo nel quale si inserisce il piano, suonato da Howerdel. Il tutto magnificamente arrangiato, senza troppo indulgere nelle orchestrazioni alt-rock che erano invece presenti nei precedenti lavori. L’esito è quindi un disco nel suo complesso di un’elaborata semplicità che, da subito, cattura la nostra attenzione.

Eat The Elephant ne è un esempio perfetto. Piano, voce, batteria e chitarra si intrecciano in un pezzo paradossalmente melodico, nonostante il testo lascerebbe presupporre diversamente. Just take the step/ Just take the swing/ Just take the bite/Just go all in, canta Keenan, mentre ci spiega come trovare e avere la meglio dell’ “elefante che si nasconde nella stanza”.

Ritroviamo il piano protagonista in più di una traccia: DLB brano solo strumentale ne è un esempio perfetto. Ma possiamo citare altri episodi in cui passaggi al pianoforte si alternano a ritmi più veloci scanditi da riff di chitarra e giri di basso fino a creare tessuti sonori semplici e complessi allo stesso tempo. Bellissima in questo senso la traccia che chiude il disco, Get The Lead Out, forse il pezzo migliore dell’album, fra trip hop e nuances psichedeliche.

Qual è il punto debole di un lavoro di per sè più che riuscito? Gli A Perfect Circle continuano, con Eat The Elephant, il discorso politico iniziato in passato. Ma, se la critica sociale è lodevole, i testi restano a tratti scontati e superficiali, relegati spesso alla forma di slogan.

Come nel caso del secondo singolo estratto, Disillusioned, brano tanto interessante musicalmente, con il suo alternarsi fra parti lente e improvvise accelerazioni, quanto scontato nel testo. We’ve become / Disillusioned /So we run /Towards anything glimmering canta Keenan, e davvero non ci pare niente di trascendentale.

Gli A Perfect Circle sono impegnati in una tournée che li vedrà a fine giugno a Parigi. Non mancheremo di raccontarvelo.

7.4/10

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For every evil under the sun, there is a remedy, or there is none, If there be one, try and find it, If there be none, never mind it.

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