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(recensione): Jericho Sirens – Hot Snakes (Sub Pop, 2018)

Hot Snakes - Jericho Sirens, Subpop 2018

L’atteso ritorno degli Hot Snakes, con un album che convince pubblico e critica

 

Mancavano da ben 14 anni dalle scene musicali Rick Froberg e John Reis, precedentemente all’origine di altre storiche band come i Pitchfork e i Drive Like Jehu, ovvero il duo Hot Snakes, gruppo californiano post hardcore. Eravamo infatti nel 2004 quando veniva pubblicato il loro terzo album in studio, Audit in Progress. Poi, un lungo silenzio interrotto nel 2011 per una serie di apparizioni live, fino all’annuncio lo scorso anno della firma di un contratto con la casa discografica Sub Pop, in vista di un nuovo lavoro, che ha finalmente visto la luce in marzo.

Che valutazione dare di Jericho Sirens? Sgombriamo subito il campo da ogni dubbio. L’album è eccellente ed è anche una prova del fatto che, anche nel 2018, è possibile fare del classico rock tutto giocato attorno a potenti riff di chitarra.

10 titoli per una durata di circa mezz’ora. L’album si presenta come una lunga cavalcata rock, a partire dalla title track Jericho Sirens: velocissimi giri di chitarra si mescolano alla parte cantata, caratterizzata dalle note acute di Froberg, e danno il ritmo a tutto il brano. Le 10 tracce si susseguono senza pausa, a partire dalla frenica I need a doctor, in apertura, brano per certi versi autoironico, ispirato da un episodio realmente accaduto a Froberg, alla disperata ricerca di un medico che gli fornisse un certificato medico per essere autorizzato a saltare uno sgradito impegno di lavoro alla vigilia di Natale.

Altrettanto frenetica e velocissima, Why Don’t It Sink it. La sequenza sembra non concedere pause fra un brano e l’altro, ma Six Wave Hold-Down e la già citata Jericho Sirens, pur conservando le sonorità post-hardcore rallentano un po’ il ritmo e si lasciano apprezzare anche da un pubblico non propriamente di iniziati al genere.

Le cinque tracce che costituiscono la seconda parte del disco non sono meno concitate.

Le chitarre trionfano in ogni brano e appare ben comprensibile l’affermazione di Reis sulla pagina bandcamp della band sul senso del continuare a suonare questo strumento oggi, dopo avere lungamente pensato di smettere. Sono stati in molti a chiedergli di rinunciare a questo proposito, proprio per via della peculiarità della band nel suonare, una sorta di marchio di fabbrica che rende il loro sound immediatamente riconoscibile ed unico.

Fra le tracce più belle ricordiamo anche Psychoactive e Death of a Sportsman, i due brani che chiudono il disco.

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7.8/10

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For every evil under the sun, there is a remedy, or there is none, If there be one, try and find it, If there be none, never mind it.

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