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(recensione): The Deconstruction- The Eels (PIAS, 2018)

La ricostruzione dopo la distruzione

Possiamo senza tema di smentita affermare che The Deconstruction, album dal titolo emblematico e che sancisce il ritorno sulla scena musicale degli EELS, a distanza di quattro anni dall’ultimo lavoro The Cautionary Tales of Mark Oliver Everett, sia per certi versi luminoso.

Quindici tracce, per una durata di 42 minuti esatti. Mark Oliver Everett, lead singer, produttore e multistrumentista della band, rivisita tutti i temi cari al suo repertorio. Non mancano rotture sentimentali e tragedie personali, ma tutti i toni scuri e il senso di disfatta latente lasciano in questa circostanza lo spazio a sonorità più luminose che si accompagnano a un rinnovato senso di speranza.

A partire dalla traccia di apertura, la title track The Deconstruction, brano complesso e sospeso in uno spazio-tempo indefinibile. Bellissimo l’arrangiamento che rimanda ai classici hollywoodiani anni 50 e che fa da sfondo a sonorità per altri versi incredibilmente contemporanee.

The reconstruction will begin/ Only when there’s nothing left/ But little pieces on the floor/ They’re made of what I was/ Before I had to break it down, canta profeticamente Everett.

Un mélange riuscito di sonorità post-grunge e di riferimenti alla Hollywood d’antan. E’ questa, per semplificare, la cifra del lavoro, costantemente in bilico fra passato, presente e futuro. Si passa quindi senza problemi dalla ritmatissima Bone Dry alle atmosfere yé-yé e surf di You are the shining light, dando vita ad una sorta di viaggio musicale, che diviene anche un percorso di rinascita.

Bellissimo il video che accompagna proprio Bone Dry, che pare rimandare qua e là ad atmosfere alla Tim Burton e che ricorda anche nelle nuances vocali certe tracce del repertorio di Mark Lanegan.

Romantica e delicata Sweet Scorched Earth, dal testo particolarmente riuscito.

I love the way your hair falls on your eyes/ And the way the sun hits them as it dies
There’s poison in the water and the sky/ We’ll hold onto each other if we fry, canta Everett, per concludere infine che nulla potrà mai separarlo, su questa terra, dalla sua amata.

Fra le tracce più interessanti, brilla per testo e arrangiamenti Rusty Pipes, con una bellissima parte corale che si staglia sullo sfondo creando una trama sonora a tratti straniante. Si sposa alla perfezione con In Our Cathedral, brano che chiude l’album e che gode, anch’esso di un arrangiamento classicamente hollywoodiano.

C’è spazio anche per un pezzo solo strumentale: The Unanswearable, brano che segue Archie Goodnight, una sorta di ninnananna dedicata al figlio appena nato.

Archie, the day is so long / But you are way too small /To keep on carrying on as you do
So it’s time to go to sleep / Don’t make a peep /Little Archie, goodnight to you.

E’ forse la nascita del figlio ad avere donato una certa luce e un fondo di speranza all’album. In ogni caso l’esito è un album tanto riuscito, quanto insolito nell’attuale panorama indie rock. Gli EELS saranno in tour a Paris il prossimo 9 luglio. Vi racconteremo il loro live.
8/10

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For every evil under the sun, there is a remedy, or there is none, If there be one, try and find it, If there be none, never mind it.

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