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(recensione): The Four Worlds – Mark Pritchard (Warp Records, 2018)

Mark Pritchard e il suo universo caleidoscopico

Di ritorno sulla scena musicale a distanza di due anni scarsi dal lavoro precedente, The Four Worlds, nuovo album dell’inglese, ormai di stanza in Australia, Mark Pritchard, si rivela una bella conferma.

Due anni fa, infatti, Under The Sun, aveva stupito piacevolmente pubblico e critica per la compattezza e la grande qualità della totalità delle tracce, impreziosite dalla presenza di guest star prestigiose, come il lead singer dei Radiohead, Thom Yorke.

La via della sperimentazione

Il nuovo lavoro è una bella conferma, dicevamo. 8 titoli che si dipanano per circa una mezz’ora. Mark Pritchard non cessa di sperimentare nuove strade e non teme di affrontare nuove sonorità anche in netto contrasto l’una con l’altra. Ed ecco, quindi, in apertura, Glasspops, che, in dodici minuti, si declina come un piccolo capolavoro techno, capace di esplorare tutte le possibili sonorità offerte dall’uso sapiente dei sintetizzatori.

Grande e inaspettato il contrasto con le altre tracce. Circle of Fear, tutta giocata sulle tastiere, si impone per la sua delicata dolcezza ed appare come un momento di pausa rispetto alla successiva e ipnotica Come Let Us, primo singolo estratto dall’album e accompagnato da un video straniante. Il brano si avvale della presenza di Gregory Whitehead, influente personalità della scena jazz e radiomaker.

Ancora importanti collaborazioni per Mark Pritchard

Altra importante collaborazione, quella con la musicista psichedelica The Lady Space, che appare sulla traccia SOS, nella quale una delicata melodia costruita attorno a organo e sintetizzatori si sposa a un testo che ci racconta di pianeti e dimensioni lontane e di vascelli perduti.

The Archer Window è un brano particolare, dalle sonorità barocche magistralmente intrecciate ad altre decisamente futuristiche cosi’ da proiettarci in una dimensione senza tempo e senza spazio.

Parkstone Melody II, cosi’ come la traccia finale che dà il titolo all’album, The Four Worlds si segnalano invece per le loro atmosfere cupe e angoscianti, specialmente quest’ultima, che è anche il brano che chiude l’album e che, con un ritmo scandito come da un grande orologio, pare volerci indicare l’ora fatale.

E’ interessante come queste due canzoni siano inframmezzate dalla soave e paradisiaca Men-an-Tol, che ci proietta come in un coro di età vittoriana. Ma non dobbiamo nemmeno stupirci più di tanto: Mark Pritchard vuole farci esplorare il suo caleidoscopico universo e il viaggio non puo’ che prevedere soste in epoche e luoghi diversi e lontani. La musica diviene uno strumento per compiere questo percorso.
7,5/10

Coeurs & Choeurs - de l'actualité indierock - Mariangela Macocco Mostra tutti

For every evil under the sun, there is a remedy, or there is none, If there be one, try and find it, If there be none, never mind it.

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