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(recensione): You were never really here – Jonny Greenwood (Invada Records – Lakeshore Records, 2018)

Nuova prova d’autore per Jonny Greenwood

Seconda colonna sonora originale nel giro di pochi mesi per Jonny Greenwood, brillante e prolifico chitarrista e multistrumentista dei Radiohead. You Were Never Really Here, giunge infatti a qualche settimana di distanza dal meraviglioso soundtrack composto per The Phantom Thread, film pluricandidato all’Oscar e diretto da Paul Thomas Anderson.

Una colonna sonora innovativa e sperimentale

Se la colonna sonora scritta per The Phantom Thread si presentava come una contemporanea opera sinfonica e, dominata da archi e pianoforte, si avvaleva nella fase esecutiva della collaborazione della Royal Philarmonic Orchestra e della London Contemporary Orchestra, questa nuova prova si inserisce in un discorso molto più sperimentale, perfettamente coerente con la trama angosciante del film, diretto da Lynne Ramsay.

Parliamo infatti della vicenda di un veterano di guerra, interpretato di Joaquin Phoenix che tenta di mettere in salvo la vita di prostitute finite nelle mani del racket ma che diventa ben presto vittima della medesima violenza.

Le trame sonore più classiche cedono il passo a sonorità complesse, tanto difficili da recepire ad un ascolto superficiale quanto avvincenti ad un passaggio più attento e disincantato.

Un mélange di archi e sintetizzatori

Tree Synthetisers è la traccia che apre l’album e già ci troviamo catapultati in un universo sonoro non del tutto ignoto ai fan della band di Oxford (i Radiohead, ndr). Naturalmente è il suono dei sintetizzatori a dominare incontrastato e a condurci nei meandri di una storia tormentata e angosciante.

L’ incubo continua con il brano successivo, Sandy’s necklace: distorsioni che risuonano come un lama affilata introducuno una sezione ritmata accompagnata da archi che alternano momenti di soave dolcezza ad altri più acuti e spettrali.

Sperimentazione e variazioni sono le parole d’ordine dell’album: quindi non deve stupire che un brano squisitamente elettronico come Nausea sia seguito da un pezzo straniante come Hammer and Tape.

Dark Street, brano scelto da Greenwood come primo estratto dall’album è anche l’unico non strumentale e suona come un classico pezzo post-punk che non stonerebbe nel repertorio dei Protomartyr.

Must feel better/ Must feel better sir ripete ossessivamente la parte cantata. Il pezzo è presente in una seconda versione più lunga, più variata, senza che questo sia segno di una minore spettralità.

Ultima traccia dell’album Tree Strings è anche la sua perfetta chiusura. Intensa e potente, ci immerge in una spirale di archi, sintetizzatori, pianoforte, in un crescendo che pare non voler terminare.

14 titoli per 41 minuti: Jonny Greenwood dà prova, ad ogni occasione del suo immenso talento e della sua versatilità. Un’altra prova perfettamente riuscita

You were never really here

(click to listen)
8,5/10

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For every evil under the sun, there is a remedy, or there is none, If there be one, try and find it, If there be none, never mind it.

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